ALCUNE NOZIONI FONDAMENTALI

La raccolta e la destinazione dei funghi ad usi alimentari richiedono grande attenzione ed una dose mai eccessiva di prudenza, sul presupposto che le sostanze contenute nel fungo possono risultare nocive all'organismo umano, provocare fastidi ed avvelenamenti anche gravi e, nei casi estremi, causare anche la morte dell'individuo.

Riteniamo quindi premettere a questi appunti di tossicologia una serie di norme comportamentali che non dovrebbero MAI essere disattese o osservate con superficialità.

1. - I carpofori debbono essere sempre raccolti nella loro interezza, estraendoli dal terreno in modo che essi possano conservare tutti gli elementi necessari alla loro identificazione; per quanto possibile è necessario evitare di tagliare il gambo alla cui base possiamo trovare caratteristiche tali da consentirci l'esatta determinazione della specie raccolta (volva, bulbosità, ecc.). I funghi raccolti e destinati ad un buon pranzetto debbono avere tutti i caratteri della loro specie. Quando vi sia qualche dubbio o perplessità, meglio fare a meno di qualche esemplare piuttosto che mettersi in condizione di correre un rischio.

2. - I funghi raccolti debbono essere trasportati in cestini areati (l'uso di contenitori di plastica è espressamente vietato e sanzionato dalla vigente legislazione). Benchè il semplice contatto tra un'entità velenosa ed una commestibile non produca di norma il trasferimento di sostanze tossiche, è indispensabile evitare che i carpofori nocivi, ritenuti tali o non perfettamente conosciuti, siano messi nello stesso contenitore dei funghi destinati al consumo. Può avvenire infatti che, durante il trasporto, pezzetti di un fungo velenoso vadano a nascondersi tra le pieghe interlamellari di un fungo buono, sfuggendo così ad un successivo controllo.

3. - Non bisogna mai fidarsi dell'opinione espressa dall'amico o dal "paesano" in merito alla commestibilità dei carpofori raccolti. I funghi vanno invece sottoposti alla verifica del personale esistente nei centri di controllo micologico, nell'ambito delle unità sanitarie locali, o dai micologi forniti dell' attestato conseguito secondo i criteri e le modalità di cui al decreto del Ministero della Sanità 29 novembre 1996 n. 686 ed iscritti nell'apposito albo professionale, presso una delle associazioni micologiche di rilevanza nazionale regionale. Non acquistare mai funghi da raccoglitori improvvisati.

4. - Al momento della preparazione dei funghi destinati all'alimentazione, annotare su un pezzetto di carta il nome dei miceti che vengono utilizzati, il luogo della loro raccolta, il tempo di cottura e conservarne alcuni esemplari (o almeno dei pezzetti) in un contenitore aperto ed areato. Se questi accorgimenti vi sembrano eccessivi, sappiate che in caso di avvelenamento, tali notizie particolareggiate consentono al medico di poter formulare tempestivamente la diagnosi appropriata e di poter apprestare le cure più idonee.

5. - Dal punto di vista medico è importantissimo calcolare il periodo di latenza, il periodo di tempo cioè intercorrente tra l'insorgere dei primi sintomi dolorosi e l'ingestione dei funghi. Ogni sospetto avvelenamento da funghi nel quale i primi sintomi (gastroenterici) si siano manifestati dopo un periodo di 6 / 8 ore dalla loro ingestione, significa che le sostanze velenose sono state ormai digerite, sono passate nel circolo sanguigno e possono far supporre una sindrome a lunga incubazione di tipo falloideo. In questo caso è necessario il ricovero immediato del paziente nel più vicino ospedale.Le sindromi che si verificano dopo un periodo minore di latenza (da un quarto d'ora fino a 6 ore dal consumo), dette quindi a breve incubazione sono meno gravi. E' probabile infatti, in simili casi, che le sostanze tossiche ingerite abbiano prodotto una irritazione delle mucose gastroenteriche, instaurando così dei procedimenti meccanici di espulsione (vomito, diarrea,, sudorazioni, ecc.) prima che i veleni giungano nell'intestino e vengano di conseguenza digeriti.

6. - E' opportuno ricordare che anche i funghi normalmente considerati eduli possono causare disturbi o pseudo avvelenamenti per indigestione, per idiosincrasia o intolleranza soggettiva, per suggestione o per essere consumati in stato di soverchia maturazione o di alterazioni di varia natura, come eccessiva imbibizione di acqua o presenza di muffe o parassiti.

7. - L'effetto "
spugna" del micelio può infine determinare avvelenamenti di tipo indotto quando il fungo è stato raccolto in terreni degradati. in prossimità di discariche o in ambienti esposti ad ossido di carbonio o di altre sostanze nocive, o, ancora, in zone concimate chimicamente o nelle quali sono state diffusi anticrittogamici, diserbanti  o altre sostanze velenose come ad es. veleni contro gli insetti o le lumache.

Delle singole sindromi, a lunga o a breve incubazione, parleremo successivamente in questi appunti.


PATOLOGIE CAUSATE DA FUNGHI



Un quadro per quanto possibile esauriente e completo delle intossicazioni prodotte da funghi può essere così delineato:


1.  INTOSSICAZIONE PRODOTTA DA FUNGHI EDULI DIVENUTI VELENOSI PER;

  • INTOSSICAZIONE INTERNA (indigestione, ingestione di funghi guasti o funghi mal conservati , tossinfezione botulinica, assorbimento di metalli pesanti o di altre sostanze nocive);
  • INTOSSICAZIONE ESTERNA (contaminazione chimica, fisica o biologica)
  • REAZIONE SOGGETTIVA (reazione allergiche in grado di provocare asma, riniti, congiuntiviti, predisposizione genetica tale da determinare situazioni di intolleranza soggettiva per mancanza di trealasi).
  • PSEUDO-AVVELENAMENTO DI ORDINE PSICHICO.
2. INTOSSICAZIONE PRODOTTA DA FUNGHI CONSUMATI CRUDI O MAL COTTI

  • Funghi con citotossine termolabili
  • Funghi con tossine solubili.
3. INTOSSICAZIONE PRODOTTA DA FUNGHI VELENOSI

  • A lunga incubazione
  • A breve incubazione.


1.
INTOSSICAZIONE PRODOTTA DA FUNGHI NORMALMENTE EDULI:

Anche i funghi normalmente considerati commestibili possono provocare intossicazioni di varia natura. Una delle più comuni cause di malessere può essere quella determinata da un consumo eccessivo di funghi. Sarà opportuno ricordare che la grande quantità di fibre composte da cellulosa presente nei funghi, rende questi ultimi difficilmente digeribili. Pertanto il consumo alimentare di funghi (anche di quelli considerati "buoni") va fatta con moderazione, evitando di affaticare l'organismo con..."mangiate" ravvicinate. I bambini, le persone anziane, donne in stato di gravidanza  e quanti soffrono di problemi di intolleranza gastroenterica debbono limitare al massimo il quantitativo di funghi da destinare all'alimentazione.

I funghi destinati al consumo debbono essere cucinati poco tempo dopo la loro raccolta. Possono essere surgelati ma non dovrebbero mai essere conservati in frigorifero o refrigerati. I carpofori che appaiono infestati da larve, da muffe, eccessivamente imbevuti di acqua, o attaccati da altri funghi (spesso sotto forma di crosta che corrode la superficie imeniale) dovrebbero essere scartati. Analogamente andrebbero gettati via i funghi mal conservati come ad es. quelle confezioni di funghi sott'olio nei cui barattoli si siano formate bolle d'aria ed i coperchi risultino rigonfi. E' importantissimo che i recipienti nei quali i funghi sono conservati siano perfettamente puliti (meglio ancora se sterilizzati) anche perché una delle tossinfezioni più pericolose, quella botulinica, può generarsi a causa di un batterio (Clostridium botulinum)  in alimenti non conservati in maniera igienicamente corretta.

Abbiamo già avuto modo di accennare (v. articolo di tossicologia precedente, scheda n.154.1) che i funghi presentano una eccezionale capacità di assorbimento. Recenti studi hanno messo in evidenza che, in occasione della catastrofe di Cernobyl, molte specie fungine (es. Craterellus lutescens e Xerocomus badius) presentavano un quantitativo abnorme di Cesio 134 e Cesio 137 tanto da indurre la Comunità Europea a disciplinare, nel 1999, il limite massimo di tollerabilità di radioattività ai fini della importazione e della commercializzazione di prodotti fungini sia freschi che essiccati provenienti dai Paesi dell' Est. E' tuttavia dimostrato che i funghi possono captare dal terreno e dall'ambiente circostante anche metalli pesanti (come piombo, mercurio, cadmio) o non pesanti (come cromo, arsenico, rame). E' quindi necessario che la raccolta dei carpofori avvenga in aree salubri e non contaminate, lungi da ambienti eccessivamente antropizzati come, strade, agglomerati urbani, parchi, giardini, discariche, fogne, acque stagnanti, ecc.

Vi sono inoltre situazioni di intolleranza soggettiva o di carattere generale (idiosincrasia per tutti i funghi) o di carattere specifico (idiosincrasia per determinate specie); si pensi agli effetti prodotti in maniera accentuata in consumatori, anche occasionali, di Ramarie o di alcuni Ixocomus ben tollerati invece da soggetti diversi. Non sono, infine, infrequenti reazioni di carattere allergico che possono rapportarsi sia all'ingestione di qualche carpoforo non tollerato dall'organismo, sia alla inalazione di polvere sporale,  sia al semplice contatto con le pareti di un fungo o di alcune parti di esso in grado di generare eczemi e pruriti fastidiosi.

Vale infine la pena di accennare al fatto che persone particolarmente suggestionabili, dopo aver consumato specie fungine perfettamente commestibili, venga messo a conoscenza di presunte proprietà tossiche di quanto ha mangiato. In questo caso può instaurarsi una reazione d'ordine psichico fino al punto di provocare una serie di sintomi analoghi a quello di un vero avvelenamento.

2. INTOSSICAZIONE PRODOTTA DA FUNGHI CONSUMATI CRUDI O MAL COTTI.


Anche nei testi più comuni di micologia troviamo spesso la dizione "specie a commestibilità condizionata" per indicare funghi che contengono  sostanze tossiche in grado di degradarsi e di scomparire perché termolabili o solubili. I funghi a commestibilità condizionata (come ad es. le Amanite del gruppo Amanitopsis, la Amanita rubescens, i Boleti luridus, erythropus e Queletii, l' Armillariella mellea e quella tabescens, il Rhodopaxillus nudus, le Helvelle, e altre specie ancora) perdono le caratteristiche che li rendono nocivi (in particolare una sostanza chiamata emolitina) se sottoposti ad una rapida prebollitura o se vengono ben cotti ad una temperatura superiore ai 70 gradi. Continuano invece a provocare una sindrome denominata sindrome elvellica se consumati allo stato crudo, se sono stati cotti senza le dovute precauzioni o se sono stati passati alla griglia o fritti: in questi ultimi casi l'effetto della termolabilità si limita soltanto alla superficie esterna ma non raggiunge la carne interna del carpoforo.


Alcune specie fungine, come ad es. la Gyromitra esculenta, pare che affievoaiscono notevolmente la loro incostante tossicità dopo un accurato procedimento di essiccazione.



3. INTOSSICAZIONE PRODOTTA DA FUNGHI VELENOSI


Abbiamo già avuto modo di accennare nell'articolo precedente (v. scheda n. 161.1) quanto sia importante determinare il periodo di latenza, cioè il periodo di tempo intercorrente tra l'insorgere dei primi sintomi patologici e l'ingestione dei funghi. Sotto il profilo tossicologico i funghi velenosi vengono quindi distinti in:


  • Funghi a lunga incubazione
  • Funghi a incubazione breve.
Ovviamente gli avvelenamenti prodotti dai funghi a lunga incubazione sono i più pericolosi poiché nel momento in cui ci si accorge dei primi sintomi di malessere, le sostanze tossiche sono state già metabolizzate nell'organismo con danni ormai irreparabili.

Tenendo presente che con l'allocuzione "sindrome" intendiamo riferirci al  quadro clinico costituito da un insieme caratteristico di sintomi,  le principali sindromi possono, allo stato attuale, dividersi, in base al periodo di latenza, in

  • Sindromi a lunga incubazione
  • Sindromi a breve incubazione.
Le principali sindromi a lunga incubazione sono:

  • sindrome falloidea,
  • sindrome parafalloidea,
  • sindrome orellanica,
  • sindrome giromitriana,
  • sindrome paxillica,
  • sindrome elvellica,
  • sindrome acromelalgica
  • sindrome rabdomiolitica.
Tra le sindromi a breve incubazione si annoverano invece:

  • sindrome allucinogena,
  • sindrome coprinica
  • sindrome muscarinica,
  • sindrome muscario-panterinica,
  • sindrome acroresinoide,
  • sindrome gastroenterica,
  • sindrome norleucinica


SINDROMI A LUNGA INCUBAZIONE




1.
SINDROME FALLOIDEA

· Tra le tossinfezioni causate da ingestione di funghi, occupa il primo posto quella la cui sindrome può considerarsi potenzialmente mortale. La potenza del veleno è tale per cui sono sufficienti 50 grammi di Amanita phalloides per causare il decesso di un uomo adulto di peso medio (70 kg.) mentre per un bambino di peso corporeo inferiore ai 30 kg. Può essere sufficiente una dose letale di soli 20 grammi. La sindrome falloidea è, per il medico chiamato a soccorrere la persona avvelenata, una delle più gravi emergenze, da un lato per la straordinaria tossicità dei veleni contenuti nei funghi responsabili, dall'altro lato perché i primi sintomi di malessere si manifestano dopo almeno 6 ore dall'ingestione, quando il fungo è stato ormai digerito e le tossine si sono già diffuse nell'organismo tramite il circolo sanguigno, iniziando a provocare la necrosi di organi vitali come il fegato, il pancreas ed i reni.

· I veleni responsabili di questa sindrome sono dei ciclopeptidi che possono suddividersi in due gruppi di sostanze tossiche: a) le falloidine (falloidina, falloisina, fallina B, fallaci dina, , falloina e fallisacina) e b) le amanitine (amanitina alfa, beta, gamma, delta, epsilon e la O-metil-alfa-amanitina).

· La sintomatologia ha inizio, dopo almeno 6 ore dall'ingestione, con effetti simili a quelli della sindrome gastroenterica: dolori addominali, vomito, diarrea, squilibrio idroelettrolitico, tachicardia, collasso, insufficienza renale, shock.

· Dopo un breve periodo di apparente miglioramento, si manifestano sintomi rivelatori dell'inizio di un danno epatico (dopo 24 - 48 ore dall'ingestione dei funghi) con l'insorgenza di ittero, epatomegalia dolorosa e soprattutto il progressivo rialzo delle transaminasi (GOT e GPT, indice di necrosi cellulare. Da questo momento (4° o 5° giorno) la sintomatologia è quella tipica della grave insufficienza renale che può culminare nel coma iperammoniemico oppure può prevalere la sintomatologia renale con anuria progressiva fino al coma uremico.

· La possibilità di salvarsi è la tempestività del ricovero del paziente nel più vicino ospedale dove potranno essere adottate le terapie più opportune  come la "plasmaferesi" (ricambio del plasma sanguigno), trapianto di fegato o trattamenti farmaceutici a base di acido tioctico, levulosio al 10%, elettroliti, mannitolo al 5%, idrolisati proteici, vitamine C e B ad altissime dosi, antispastici ed antibiotici.

· Funghi responsabili di questa sindrome sono: Amanita phalloides, Amanita verna, Amanita virosa e la rarissima Amanita porrinensis, descritta in Spagna ma recentemente rinvenuta anche in Italia.



2. SINDROME PARAFALLOIDEA

· La sintomatologia di questa sindrome ricalca quella della sindrome falloidea anche con effetti di solito più lievi e di più rapida risoluzione.

· Specie responsabili sono la Lepiota helveola, la Lepiota brunneoincarnata, la Lepiota fuscovinacea, l' Entoloma lividum, l' Entoloma rhodopolium, l' Entoloma nidorosum, il Tricholoma tigrinus, il Tricholoma groanense e, forse, il Tricholoma equestre.

· I tossici contenuti in questi funghi non sono stati ben accertati ma si ritiene che siano polipeptidi simili ai tossici falloidei. Nell' Entoloma lividum e nel Tricholoma tigrinum sarebbero presenti proprietà in grado di irritare il sistema gastroenterico e di abbreviare il periodo di latenza con conseguenze favorevoli sulla prognosi, mentre per le altre specie citate l'incubazione avrebbe una durata analoga a quella delle specie responsabili della sindrome falloidea.

· Di fronte ad una tempestiva ed adeguata diagnosi, la prognosi è generalmente fausta anche se, per un limitato periodo di tempo possono residuare disturbi da insufficienza epatica. La terapia sono si discosta molto da quella prevista per la sindrome falloidea: in particolare, a seconda della gravità del caso, potrà essere utile una terapia epatoprotettiva e disintossicante.


3. SINDROME ORELLANICA


· La prima descrizione di intossicazione di funghi appartenenti al Genere Cortinarius quando, nel 1965, il polacco Grzymala individuò nel Cortinarius orellanus la causa di un avvelenamento  di massa con una sindrome a lunga incubazione (da 5 a 20 giorni) con effetti a volte letali. La sostanza responsabile della grave intossicazione è stata denominata orellanina composta da un insieme di almeno 10 sostanze diverse di natura polipeptidica, attualmente identificato chimicamente come biperidina idrossilata aminoossidata,  in grado di colpire in modo prevalente il rene ma di sottoporre a procedimenti degenerativi anche le cellule del fegato, della milza, dell'intestino e perfino del midollo spinale.

· Dopo un periodo prolungato di latenza, insorgono i primi sintomi di natura gastroenterica come nausea, vomito, anoressia, dolori addominali ai quali si accompagna spesso la presenza di uno sgradevole sapore metallico in bocca. In un secondo momento si manifestano dolori lombari, poliuria e oligoanuria che rendono evidente l'inizio di un processo di insufficienza renale. Compaiono anche sintomi muscolo-scheletrici con dolori lombari, mialgie, tremori e sintomi neurologici che si rivelano attraverso cefalea, sonnolenza e convulsioni.

· Attualmente la mortalità è rara ma l'insufficienza renale cronica comporta, nei casi più gravi, la necessità di trattamento dialitico e l'eventuale trapianto del rene. In ogni caso l'intossicato deve essere ricoverato in un reparto nefrologico per essere sottoposto al più idoneo trattamento indicato per contrapporsi all'insufficienza renale acuta e all'insufficienza renale cronica.

· La sindrome orellanica è stata studiata particolarmente a seguito del consumo di Cortinarius orellanus ma altre specie fungine responsabili di una analoga sindrome, più o meno grave, possono individuarsi in Cortinarius venetus, Cortinarius splendens, Cortinarius limoneus, Cortinarius cotoneus, Cortinarius gentilis e in Cortinarius speciosissimus frequente ed abbontante nelle abetaie d'alta montagna.


SINDROMI A LUNGA INCUBAZIONE 2




4.
SINDROME  GIROMITRICA

· La sindrome giromitrica (detta anche giromitriama) si manifesta dopo una periodo di tempo variante, a seconda del soggetto intossicato, dalle 5 alle 48 ore dall'ingestione ed è prodotta da alcuni Ascomiceti appartenenti al genere Gyromitra (G. esculenta, G. gigas, G. infula). Sicuramente tossici allo stato crudo, pare che i funghi sopra accennati diminuiscano notevolmente la loro tossicità dopo l'essiccamento; il maggiore o minore grado di velenosità può dipendere inoltre dal quantitativo di sostanza fungina ingerita, dall'accumulo prodotto dal consumo in più pasti in periodo ravvicinati di tempo, dalla tolleranza del consumatore ai principi tossici contenuti nei funghi.

· I principi attivi sono stati individuati nella c.d. gyromitrina, sostanza azotata di natura aldeide (N-metil-N-formil-idrazone dell'acetaldeide) che provocano vomito spesso biliare, nausea, dolori addominali, occasionalmente diarrea, lesioni epatiche associati a disturbi del sistema nervoso centrale come agitazione psicomotoria, convulsioni, stato di prostrazione e di insonnia. Successivamente si manifestano segni di emolisi e di nefropatia indici di un danno epatico anche grave.



5.
SINDROME PAXILLICA

· Le tossine contenute in Paxillus involutus e in Paxillus filamentosus non sono ancora completamente individuate; gli studi più recenti fanno ipotizzare una patologia di carattere immunitario susseguente ad una sintomatologia di tipo emolitico.

· Anche in questo caso le specie indicate sono sicuramente velenose se consumate allo stato crudo o, anche cotte, se assunte a seguito di ripetute consumazioni anche differite nel tempo.

· La comparsa dei primi disturbi avviene dopo un periodo di latenza da una a tre ore dall'ingestione con nausea, vomito, diarrea, urine rosse, dolori addominali ai quali fa seguito ittero, emoglobinuria, anemia, collasso e, talora, shock anafilattico.



6.
SINDROME ELVELLICA



La sindrome elvellica deve il suo nome ad un miscuglio di sostanze termolabili note come acido elvellico inizialmente individuato nella maggior parte delle specie ascritte al genere Helvella. In realtà i principi tossici sono attribuibili ad un insieme eterogeneo di sostanze, contenute nei funghi "a commestibilità condizionata" allorchè questi vengono consumati allo stato fresco o a seguito di una insufficiente cottura. L'insieme delle sostanze, dotate di ematotropismo e tuttavia termolabili, genera una sindrome che più propriamente dovrebbe denominarsi SINDROME EMOLITICA poiché ingenera fenomeni di emolisi e cioè la rottura o il dissolvimento dei globuli rossi con conseguente liberazione dell'emoglobina che passa nel plasma sanguigno. La maggior parte dei funghi responsabili (come la maggior parte delle Helvelle, delle Morchelle, delle Amanitopsis e amcora la Amanita rubescens, la Amanita spissa, l' Armillariella mellea, la Clitocybe tabescens, i Boleti. luridus, erythropus, Queletii, il Rhodopaxillus nudus ed altri ancora) possono essere consumati, in modica quantità, soltanto se "passati" in acqua bollente ad una temperatura non inferiore ai 70°; in tal caso le emolitine si dissolvono allo stato gassoso.


· La sindrome insorge dopo 6 / 24 ore dall'ingestione con una sintomatologia molto simile (anche se meno intensa) di quella della sindrome giromitrica.

· E' stato di recente rilevato che un consumo eccessivo di Morchelle (in particolare di Morchelle vecchie, grosse ed in stato di incipiente decomposizione) potrebbe causare anche l'insorgere di sintomi di SINDROME NEUROLOGICA, con tremore dei muscoli, rigidità delle giunture, disturbi visivi, sonnolenza, insensibilità degli arti, convulsioni.





7.
SINDROME ACROMELALGICA





Questa sindrome, così come quella successiva (rabdomiolitica), è stata studiata solo di recente in conseguenza di sporadici casi di avvelenamento causati da Clitocybe amoenolens e da Clitocybe acromelalga. I sintomi, che compaiono dopo un periodo di latenza di 48 / 72 ore, non sono a carico dell'apparato gastro-intestinale ma producono dolori parossistici alle estremità, associati ad arrossamenti e ad orticaria.



8.
SINDROME RABDOMIOLITICA


E' stata studiata in occasione di avvelenamenti provocati prevalentemente in Francia e n Germania a seguito di ingestione, ripetuta e abbondante, di Tricholoma equestre. Dopo 24 / 72 ore dalla assunzione gli intossicati hanno cominciato ad avvertire sintomi di rabdomiolisi (distruzione del tessuto muscolare accompagnata dalla liberazione nel sangue di mioglobina, pigmento di colore rosso che trasporta l'ossigeno) con dolori muscolari, nausea, vomito, emicrania, arrossamento delle urine, eritema al volto e diffusa ed abbondante sudorazione.




SINDROMI A BREVE INCUBAZIONE


1.
SINDROME ALLUCINOGENA

L'uso di funghi allucinogeni, come alcune Psilocybi (P. mazatecorum, P. cubensis, P. mexicana) o come specie del Genere Panaeolus o del Genere Stropharia, risalgono a tempi antichissimi. Il loro consumo, associato spesso a cerimonie di carattere sacrale, era praticato fino a poco tempo fa in paesi dell'America Latina (Messico, Guatemala), presso le popolazioni dell'Europa orientale, in India, dove questi funghi venivano utilizzati come droghe, come afrodisiaci o come strumento idoneo a mettere i celebranti a contatto con le divinità e a munirli di poteri magici e divinatori.

Gli effetti "dopanti" dei funghi allucinogeni sono stati studiati prevalentemente in relazione alle Psilocybi sopra accennate e sono stati isolate alcune sostanze tossiche come la psilocibina (alcaloide psicotropico) e come il suo derivato psilocina in grado di provocare effetti psicotropi e psicodislettici con la conseguente alterazione delle funzioni cerebrali superiori legate ai centri corticali e subcorticali e delle funzioni del sistema neurovegetativo.

Dopo un periodo di incubazione relativamente breve (da una a tre ore) insorgono i primi sintomi consistenti in cefalea, nausea, vomito, diarrea. Successivamente si verificano la dilatazione della pupilla, sudorazione, perdita dell'equilibrio, stato di agitazione e confusione mentale, allucinazioni, modificazione dell'umore (euforia , irritabilità, depressione e melanconia, parossismi ansiosi) delirio, convulsioni. L'evoluzione più comune è la risoluzione spontanea nel corso di qualche ora, coadiuvata dalla somministrazione di calmanti.

2.
SINDROME COPRINICA

Il consumo di bevande alcoliche, associato alla ingestione di Coprinus atramentarius (v. scheda n. 160), può provocare dei temporanei fastidi riconducibili alla sindrome coprinica che si manifesta attraverso il c.d. "effetto antabuse" e cioè con arrossamenti della pelle, congestione facciale, tachicardia, ipotensione, cefalea e da ultimo diarrea e vomito. Sono questi gli stessi sintomi provocati da una sostanza sintetica molto vicina al tetraetil disolfuro usata nella dissuefazione degli alcolisti cronici proprio perché capace di inibire la deidrasi e cioè l'azione preposta all'ossidazione dell' acetaldeide (con conseguente accumulo di sostanze tossiche di derivazione alcolica) e di determinare quindi stati di malessere.

L'incubazione è molto breve: i primi sintomi possono comparire 15 o 20 minuti dopo l'assunzione di alcool. Tuttavia l'effetto della sindrome coprinica può verificarsi anche se il consumo di bevande alcoliche avviene in un periodo successivo (fino a tre giorni) dall'ingestione dei funghi.

Si ritiene che una sindrome coprinica, anche se con una sintomatologia meno intensa, possa essere causata anche da Coprinus micaceus, da Clitocybe clavipes e, forse, da qualche specie del Genere Pamaeolus, sempre se ingeriti assieme a sostanze alcoliche.



3.
SINDROME MUSCARINICA

Isolata per la prima volta in Amanita muscaria (v. scheda n. 2) la muscarina è un sale di ammonio quaternario del S-aminometil-tetraido-3-idrossi-2-metil-furano, non termolabile, a spiccati effetti parasimpaticomimetici. In realtà il quantitativo di "muscarina" contenuto in Amanita muscaria è di gran lunga inferiore a quello contenuto in alcune Clitocybi bianche (C. cerussata, C. dealbata, C. rivulosa) e in alcune Inocybi (I. fastigiata, I. geophylla, I. patouillardi, O- Godeyi, ecc.) per cui questa sindrome viene associata a queste ultime specie mentre gli avvelenamenti causati da Amanita muscaria, Amanita pantherina ed altri funghi rientrano, come vedremo, dalla sindrome "muscario-panterinica".

La sintomatologia muscarinica si manifesta con dolori addominali, sudorazione, ipersecrezione lacrimale e salivare, cefalea, vertigini, stati di euforia o di angoscia, stato confusionale, bradicardia.

L'effetto delle sostanze tossiche compare dopo un periodo di latenza piuttosto breve: da 15 minuti a 3 ore dall'ingestione del fungo.



4.
SINDROME MUSCARIO-PANTERINICA

Soltanto in tempi relativamente recenti, e dopo lunghe discussioni, si è giunti alla conclusione che la muscarina contenuta in dosi minime (0,0002%) in Amanita muscaria e in Amanita pantherina non è la causa principale di questo tipo di intossicazione. Le sostanze responsabili della sindrome muscario-pantherinica sono state di recente individuate nell' acido ibotenico, presente nei funghi citato allo stato fresco, il muscimolo e il muscazone che si formerebbero durante la conservazione del fungo e la sua preparazione. Si è anche potuto notare che le percentuali di tali veleni sarebbero concentrati nella cuticola dei funghi e varierebbero notevolmente in funzione dell' habitat di produzione; in particolare il muscimolo può provocare una sintomatologia psicotropa che si manifesta con stati di ebbrezza, eccitazione, allucinazioni visive, stati depressivi o eccessi di collera) mentre le altre sostanze indurrebbero disturbi di natura gastro-enterica (vomito, diarrea, bruciori, dolori addominali) o simpaticomimetica (sudorazione, ipertensione, scialorrea, tachicardia, ecc,).

Il periodo di latenza varia da mezz'ora a tre ore dall'ingestione ed i disturbi possono protrarsi fino a 10 ore circa, con esiti benigni.

E' probabile che la sindrome muscario-pantherinica possa essere provocata, in forma molto blanda, anche da Amanita aureola.

SINDROMI A BREVE INCUBAZIONE


5.
SINDROME ACRORESINOIDE

La sindrome acroresinoide, che si manifesta con una incubazione breve (da mezz'ora a sei ore dall'ingestione), è imputabile a principi attivi (corpi resinoidi, acetoni, chinoni, ecc.) elaborati dai funghi nel quadro del loro metabolismo oppure, in alcuni casi, da sostanze acquisite nell'ambiente di crescita, in grado di determinare l'irritazione delle mucose gastroenteriche.

La sintomatologia è determinata da malessere, nausea, cefalea, vomito e diarrea con conseguente disidratazione dell'organismo. I sintomi possono prodursi in maniera più o meno violenta a seconda della maggiore o minore assuefazione all'uso di sostanze piccanti: in Calabria, dove il consumo di peperoncino è abbastanza usuale, manifestazioni acroresinoidi sono complessivamente meno frequenti. Il decorso è in genere benigno soprattutto se coadiuvato da una terapia intesa ad un rapido svuotamento del tubo gastroenterico.

Specie responsabili sono soprattutto quelle specie, a carne acre, comprese nella famiglia delle Russulaceae, soprattutto se ingerite dopo una cottura insufficiente, come Russula emetica, Russula fragilis, Russula Queletii, Rsuusula delica, Lactarius porninsis, Lactarius torminosus, Lactarius piperatus. A titolo precauzionale si consiglia quindi di non consumare Russule o Lattari che non rivelino, all'assaggio, di avere carne dolce..



6.
SINDROME GASTROENTERICA

Secondo alcuni Autori, la sindrome gastroenterica dovrebbe essere ampliata e comprendere anche i casi ascritti alla sindrome precedente. In effetti la sintomatologia è presso che identica ma le sostanze che provocano i disturbi intestinali (nausea, cefalea, , vomito, diarrea, disidratazione, dolori epigastrici e poi addominali) pare debbano essere attribuiti talora ad un complesso di tossine comuni a più specie, talora a sostanze, non sempre sufficientemente studiate, tipiche  ed esclusive solo di alcune specie. La più recente dottrina annota alcuni principi attivi come terpeni, terpenoidi, sesquiterpeni e sesquiterpenoidi.

In relazione ad un quadro così eterogeneo. Questa sindrome appare più come una categoria d'appoggio nella quale far rientrare tutti i casi di intossicazione non riconducibili alle sindromi sopra esaminate e attribuibili sia a sostanze non assimilabili dall'organismo umano, sia a fattori ambientali, sia alla presenza di emolitine che un insufficiente grado di temperatura raggiunto durante la cottura non ha permesso di volatilizzarsi allo stato gassoso. Variabile appare infine anche il periodo di latenza (di solito da mezz'ora dall'ingestione fino a sei ore).

Tra le specie responsabili citiamo a mo' di esempio la Clavaria formosa, la Clavaria pallida, la Calocera viscosa, l'Agaricus xanthodermus, la Clitocybe nebularis, l' Omphalotus olearius, gli Hypholoma fascicularis e sublatericium, la Lepiota venenata, il Tricholoma equestre,il Boletus satanas, il Boletus lupinus,tutte le specie dei generi Naucoria e Scleroderma. Questo elenco non è tuttavia esaustivo.



CONCLUSIONI


Non è nostra intenzione spaventare il lettore. E' tuttavia necessario ribadire la necessità di conoscere molto bene quello che si mette in bocca. Si destinino quindi al consumo soltanto quei funghi di cui si conoscono perfettamente tutti i caratteri morfologici ed organolettici. In caso di dubbio, ci si può rivolgere ad un micologo della propria ASL o ad una associazione micologica. In ogni caso astenersi dal consumo di carpofori ogni qual volta vi sia il minimo sospetto circa la loro commestibilità. E si ricordi sempre: Meglio un fungo in meno, che un avvelenamento in più.



(Sandro Ascarelli)